Non è ancora ben chiaro quali saranno gli effetti della riforma costituzionale in materia di autonomia regionale sulla Chiesa Cattolica (romana e apostolica).
Proprio all'indomani dell'approvazione esponenti ecclesiastici hanno manifestato seria preoccupazione per quella che è stata definitita "un'inutile frammentazione del paese", "la chiesa vuole un'Italia unita".
Grande scompliglio e smarrimento per quanto riguarda la spartizione dei compiti interni alla gerarchia cattolica: Ratzinger e Ruini quali campi d'intervento avranno adesso, entreranno in contrasto l'uno con l'autonomia dell'altro?
Se a Ruini non piace la finanziaria ma a Ratzinger sì, l'autonomia garantisce il pluralismo della chiesa?
Ratzinger rimane un garante (tipo presidente della repubblica) e Ruini rappresenta adesso l'esecutivo della chiesa?
Chi e a chi si devono presentare adesso le proposte di riforma di legge che la chiesa pretende? Al parlamento regionale, al senato federale?
Il Papa a quale parlamento si deve recare in visita?
L'8 per mille lo versano le 20 regioni o lo stato lo assicura ancora?
E se una regione comincia a farci pagare le tasse sulle proprietà?
La frammentazione in venti sanità diverse inoltre complica la vita alla CEI che adesso deve vigiliare ancora più attentamente sulla sperimentazione della pillola abortiva.
Ogni vescovo potrà ingerire su aborto e coppie di fatto a seconda della regione in cui vive?
Le parrocchie diventano federali? Nel caso si possono aprire venti vaticani in ogni capoluogo di regione?
Le scuole private cattoliche dipenderanno dai finanziamenti statali o regionali?
E il movimento della vita potrà essere accorpato alla polizia regionale e dotato di giubbotti antiproiettile?
La chiesa dovrà rapidamente adattarsi al nuovo assetto costituzionale per non perdere competitività sul territorio e offrire un prodotto sempre competitivo e accessibile a tutti, gay esclusi ovviamente.